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| Parlare del quotidiano in un romanzo è piuttosto facile, perché vuol dire parlare di qualcosa che si conosce molto bene, con cui ci si rapporta tutti i giorni, da sempre.
A questo punto perché mai un autore dovrebbe continuare a scrivere storie che accadono soprattutto dentro, e per di più strettamente legate al quotidiano? Perché per fortuna la scrittura non combacia perfettamente con le leggi di mercato, e perché ad alcuni lettori piace ritrovarsi e riconoscersi nelle storie che leggono. Ritrovarsi nelle atmosfere e nei luoghi di una città, riconoscersi negli stati d’animo e nelle debolezze di un personaggio che magari, in qualcosa, può assomigliare anche un po’. Personalmente ho sempre trovato belli i personaggi che per alcune caratteristiche potevo sentire vicini, con luci, ombre, complessità e sfumature, riconoscendo proprio nell’aspetto umano, la ricchezza e la forza di un personaggio. Nei miei libri il quotidiano è la cornice nella quale si inseriscono le storie che racconto, i miei personaggi sono persone comuni, con esperienze, drammi e problematiche comuni. Le loro vicende potrebbero continuare oltre il libro, oltre la narrazione, con una loro vita, in un modo autonomo. Mentre l’ironia e la scorrevolezza dello stile sono gli strumenti che uso per alleggerire quell’usura e quella pesantezza che spesso si nascondono nelle pieghe della quotidianità. Comunque ritengo che il piacere di scrivere e di raccontare sia un piacere di per sé, che prescinde da tutto quello che c’è intorno. Scrivere non significa fare un’indagine di marketing per assecondare i gusti di un ipotetico lettore, così come non è necessario ricalcare certi cliché. Forse è sufficiente avere una storia da raccontare e magari cercare di raccontarla bene.
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