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1938 - Reminiscenze letterarie relative al ritrovamento dei Cavalli Alati

di Annamaria Pirozzi

“Tutto è ora qui muto, la terra solo nasconde

il passato e le passate glorie.”

George Dennis da The Cities Cemeteries of Etruria

Il presente Articolo è stato pubblicato su il Mensile "Proposta"

Fig. 2 Cavalli Alati - I frammenti della lastra : schizzi a penna dal giornale di scavo del 1938, redatto da L. Marchese.Il cospicuo patrimonio archeologico che ha reso celebre Tarquinia presso gli scrittori, i viaggiatori e gli eruditi del mondo intero riecheggiano ancora oggi nelle solitarie e ventose distese della Turchina ove si elevano con piccole cime rotondeggianti di calcare il Pian della Civita e il Pian della Regina.

Il sito della Civita si è mantenuto integro, abitato soltanto da pastori e attraversato da greggi, questo luogo appare al visitatore di una sacralità estrema, quasi un paesaggio lunare dove brulle distese di ferule si alternano a “brusche macchie”. La presenza delle anime degli abitanti che vissero questi luoghi sono ancora percettibili tra i resti delle fondazioni delle mura degli edifici, un tempo ricchi e costruiti con materiale pregiato.

Qui si erge, sulla parte più alta l’antico Tempio dell’Ara della Regina, dove nel 1937-1938 l’équipe del professor Pietro Romanelli intensificò le ricerche di scavo grazie ai cospicui finanziamenti assegnati dall’allora Ministero dell’Educazione Nazionale e che consentirono di procedere successivamente al restauro del “più grandioso e più importante monumento rimesso in luce: il basamento del tempio”, da cui venne recuperata la nota scultura frontonale dei Cavalli Alati illustrata dal Romanelli nel Saggio“Le Arti” (1938-1939).

La prima attività di scavo condotta da Pietro Romanelli, che si svolse tra il 1934 e il 1936, fu volta all’individuazione delle caratteristiche topografiche dell’antica città e condusse al ritrovamento di elementi di età anteriore alla conquista romana.

Fig. 3 Lo scavo nell’area antistante la terrazza del Tempio dove sono stati rinvenuti i Cavalli Alati.I saggi di scavo successivi (1938) furono concentrati sui resti dell’Ara della Regina. Così scrisse Romanelli nel Saggio “Notizie degli scavi di antichità” - “il lavoro fu compensato sia dal recupero della già detta preziosa scultura frontonale dei cavalli sia dalla rimessa in luce di un edificio templare e di un complesso monumentale, che, pur ridotto alla sola parte basamentale, non è men degno di nota per la sua grandiosità e per le sue caratteristiche architettoniche”. - continua Romanelli – “(…) Del gruppo dei cavalli già dissi a suo tempo; lo sterro ulteriore dell’area a sud del basamento portò al recupero di un altro piccolo frammento di esso, appartenente all’attaccatura dell’ala e della pancia del cavallo di primo piano: l’inserzione di tale frammento ha determinato una variante del restauro da prima eseguito, variante che ha migliorato la comprensione del modellato del corpo dell’animale, risultandone esso più mosso e più sapiente.”

Il processo di recupero dell’altorilievo che contava più di cento frammenti, successivamente assemblati in un prodigioso restauro, suscitò clamore presso gli studiosi dell’epoca e Vincenzo Cardarelli, sollecitato dall’allora Podestà Dorindo Proli, si mobilitò per ottenere la concessione dei fondi per proseguire gli scavi e poter rinvenire la biga che doveva seguire i cavalli. Nell’indirizzarsi a Giuseppe Bottai Cardarelli definisce la Civita come “quella solitaria collina” da lui visitata, in un mattino di piena estate, quando il solleone e le tarantole la rendono inospitale.

Nel 1939 ne “Il cielo sulle città” dirà della Civita “non c’è terra più preziosa e nobile di questa che, unendo le due Tarquinie, raggiunge, coi suoi rari ulivi staglianti nell’azzurro infinito, le estreme altezze e solitudini del nostro paese”.

 

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UNA PASSEGGIATA ALLA CIVITA

 

Fig. 1 Civita – Ara della Regina – 1936 Vincenzo Cardarelli (seduto sul bordo dello scavo) con Ernesto Traghetti e Leonida Marchese.


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