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| “Tutto è ora qui muto, la terra solo nasconde il passato e le passate glorie.” George Dennis da The Cities Cemeteries of Etruria Il presente Articolo è stato pubblicato su il Mensile "Proposta"
Il sito della Civita si è mantenuto integro, abitato soltanto da pastori e attraversato da greggi, questo luogo appare al visitatore di una sacralità estrema, quasi un paesaggio lunare dove brulle distese di ferule si alternano a “brusche macchie”. La presenza delle anime degli abitanti che vissero questi luoghi sono ancora percettibili tra i resti delle fondazioni delle mura degli edifici, un tempo ricchi e costruiti con materiale pregiato. Qui si erge, sulla parte più alta l’antico Tempio dell’Ara della Regina, dove nel 1937-1938 l’équipe del professor Pietro Romanelli intensificò le ricerche di scavo grazie ai cospicui finanziamenti assegnati dall’allora Ministero dell’Educazione Nazionale e che consentirono di procedere successivamente al restauro del “più grandioso e più importante monumento rimesso in luce: il basamento del tempio”, da cui venne recuperata la nota scultura frontonale dei Cavalli Alati illustrata dal Romanelli nel Saggio“Le Arti” (1938-1939). La prima attività di scavo condotta da Pietro Romanelli, che si svolse tra il 1934 e il 1936, fu volta all’individuazione delle caratteristiche topografiche dell’antica città e condusse al ritrovamento di elementi di età anteriore alla conquista romana.
Il processo di recupero dell’altorilievo che contava più di cento frammenti, successivamente assemblati in un prodigioso restauro, suscitò clamore presso gli studiosi dell’epoca e Vincenzo Cardarelli, sollecitato dall’allora Podestà Dorindo Proli, si mobilitò per ottenere la concessione dei fondi per proseguire gli scavi e poter rinvenire la biga che doveva seguire i cavalli. Nell’indirizzarsi a Giuseppe Bottai Cardarelli definisce la Civita come “quella solitaria collina” da lui visitata, in un mattino di piena estate, quando il solleone e le tarantole la rendono inospitale. Nel 1939 ne “Il cielo sulle città” dirà della Civita “non c’è terra più preziosa e nobile di questa che, unendo le due Tarquinie, raggiunge, coi suoi rari ulivi staglianti nell’azzurro infinito, le estreme altezze e solitudini del nostro paese”.
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