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LA RECENSIONEIl fascino delle storie di una volta per lottare contro il grigio potere omologante dei nostri tempi e per rivendicare la propria identità.
“Nulla è più stupefacente di una vita comune e di un cuore semplice” diceva Carlo Cassola ed in coerenza con questa sua profonda convinzione scriveva storie di vita umili, “viaggi” fra piccole dimensioni ricchi dell’umanità del quotidiano. La frase di Cassola mi è tornata alla mente leggendo l’autobiografia di Vittorio, uno straordinario atto d’amore per l’amatissimo nipote Carlo Alberto Maria: il dono della storia della propria vita, un patrimonio immateriale unico, fondato sui valori di una solida fede cristiana e costruito, insieme alla moglie Maria Rosa, attraverso immensi sacrifici, fervide speranze, vicende amarissime e, semplici, ma grandi soddisfazioni. Ne è nato un racconto dal fascino genuino e discorsivo delle storie di una volta, storie vissute che scorrono lineari e coinvolgenti con la stessa forza evocativa di un buon film. Ricordano immagini sepolte nella memoria che riaffiorano, si animano, riprendono colore e vita nell’intensa rivisitazione di fatti e di affetti ancora vivi e capaci di richiamare le emozioni di un tempo lontano perché vibra dell’entusiasmo e dell’umanità con cui Vittorio ha fatto sempre le sue cose. Una rivisitazione che assume una sua dignitosa dimensione etica anche perché non guarda all’esterno, ad un possibile pubblico, ma è rivolta all’interno della famiglia, della cerchia di amici (e sono tanti, purtroppo anche quelli scomparsi) con cui Vittorio è cresciuto, ha condiviso mestieri, battaglie ideali, legami di umana solidarietà e sentimenti di riconoscenza. Con Vittorio ho percorso migliaia di chilometri in anni di comune militanza politica, raggiungendo anche i paesini e le frazioni più sperdute dell’aretino, del senese, del grossetano e quando la stanchezza e le difficoltà sembravano insormontabili era il suo entusiasmo giovanile che aiutava a superarle. È impossibile non volergli bene perché ha “un cuore grande che non è il suo”, proprio come lui ama dire delle persone oneste e generose che ha conosciuto. Ancora una volta Giovani si dimostra il più giovane di tutti noi, con questa iniziativa a suo modo molto moderna, che vuol essere anche un invito a lottare contro il grigio potere omologante dei nostri tempi. Un invito a rivendicare con orgoglio la propria identità, e a non lasciar cadere il messaggio di libertà e di solidarietà che sventolava nelle nostre bandiere. Perché Vittorio, cattolico praticante, marinaio, contadino, giovanissima staffetta partigiana, invasore di terre, galeotto, chitarrista, maggerino, muratore, impresario, elettricista, sindacalista, politico, dirigente sportivo, commerciante, in pensione ma mai pensionato, in fondo, nella sua vita, è stato ancorato ad un grande amore: la famiglia, e ad una straordinaria passione: la Democrazia Cristiana. Lavoratore coscienzioso, instancabile nel suo desiderio di apprendere e primeggiare in ogni attività con la quale si misurava, è stupefacente come ricordi analiticamente i particolari, le mansioni e le responsabilità a cui doveva far fronte. Come è stupefacente nell’ardore e nella torbida confusione di scontro per il potere ed insieme di esaltanti ideali che seguì la fine della seconda guerra mondiale, la naturale e appassionata scelta del giovane Vittorio (guidato dalla saggezza di Don Tista) per il campo delle libertà e della democrazia contro ogni violenza e contro la marea montante del socialcomunismo che guardava all’Unione Sovietica come ad un paradiso dove i lavoratori erano stati liberati dallo sfruttamento capitalistico. Così lavoro, famiglia, solidarismo cristiano si coniugavano, per un cattolico impegnato in politica, con l’ansia di libertà, di giustizia sociale e di democrazia. Era la scelta, dalla parte giusta, di un percorso difficile e coraggioso per garantire libertà e democrazia anche a quelle masse popolari che dalla lotta di classe e dalla dittatura del proletariato si aspettavano uguaglianza e giustizia sociale. La storia dimostrerà (anche a chi allora, disperato, vi riponeva ogni umana speranza di riscatto sociale) che il comunismo sovietico non era altro che il volto truce di un regime tirannico che mieteva vittime innocenti. Oggi guardiamo a quel periodo con un certo distacco. Ma se non ci fossero stati uomini come Giovani, tenaci e combattivi, fieri dei loro ideali, riuniti attorno alle bandiere della Democrazia Cristiana e dei partiti alleati (repubblicani, socialdemocratici, liberali) la storia d’Italia del secondo dopoguerra non sarebbe stata una grande stagione democratica di libertà, di pace, di ricostruzione di un Paese distrutto, di sviluppo economico, di speranze che attraverso la Politica diventavano diritti garantiti dalle istituzioni andando a comporre l’edificio dello stato sociale. Ecco perché a Vittorio dobbiamo gratitudine e lo vogliamo doppiamente ringraziare. Non solo per averci testimoniato come umanamente si superano tremendi dolori con l’aiuto della fede in Dio, non solo per aver lottato politicamente dalla parte giusta, ma anche per aver voluto lasciare traccia scritta della sua densa vicenda umana, quella di uno dei tanti sconosciuti eroi del nostro tempo che vivono il quotidiano lontano dai privilegi, ma sentono profondo il senso del dovere e della responsabilità. È stata una fatica per Vittorio, forse la più impegnativa per chi, come lui, i casi della vita avevano portato a non avere una grande consuetudine con la penna, ma è riuscito a leggere il tempo, alla luce del suo amore per la libertà, molto meglio di tanti intellettuali che indicavano in Stalin il faro da seguire. Ma ne è valsa la pena. E Carlo Alberto Maria quando leggerà questa autentica storia vera, che è il messaggio d’amore dei suoi nonni, non potrà che esserne fiero. E vorrà molto più bene a nonno Vittorio e nonna Maria Rosa. |
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