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Maurizio Stecca… nato per combattere!Una pagina di vita come un “Tesoro” irrinunciabile
Non avrei potuto mai immaginare, al di là dell’esperienza, che, alla quarta domanda se pur sibillina ed un po’ provocatoria, un Campione del Mondo di pugilato si potesse lasciare andare in esternazioni del tutto personali trasformandolo in un “Campione Universale” di vita e vitalità. La mia scaletta di misere domande è saltata al cospetto di tanta voglia di vivere per se stessi e per gli altri, …nonostante tutto. Maurizio Stecca, in questa intervista, al di là delle informazioni di “ruotine”, ci regala una pagina esistenziale da dover gelosamente conservare e farne tesoro! L’INTERVISTAMaurizio Stecca, lei è stato Campione Olimpico, Campione del Mondo, Campione Europeo, tecnico della nazionale maggiore ed oggi di quella Juniores… il pugilato gli ha dato tutto nella vita? «Credo proprio di si! Ho iniziato a quattordici anni ed ho vissuto l’approccio al pugilato con entusiasmo e freschezza. In un primo momento è stata come una novità, un fatto nuovo simbolo di un mutamento. Certo, ero uno che gli piaceva fare ginnastica, di rimanere sempre attivo ed avevo un carattere indomito. Lentamente ho iniziato ad avere le prime piccole soddisfazioni ed ho continuato per gioco. Poi, piano piano, la boxe mi è entrata per così dire dentro, trasformandosi quasi in una mentalità, diventando, in seguito, una professione, un lavoro.» Si avvicinano oggi i giovani alla boxe o ci sono problemi e diffidenze? «Io penso che attualmente i giovani si avvicinano al pugilato con maggiore entusiasmo rispetto al passato. D’altronde la boxe, nel nostro tempo, è diventata quasi un simbolo. Basta guardare, ad esempio, la televisione: c’è sempre una pubblicità con il guantone… il profumo che ha la donna con il guantone… la donna che fa oggi il pugilato. Risale a solo quattro anni fa, in Italia, l’estensione della nobile arte al gentil sesso. Tutto questo contribuisce a circondare di fascino uno sport che in fondo ha sempre destato le attenzioni di tutti. Prossimamente si svolgerà il Campionato Italiano Cadetti. Ad esso parteciperanno ragazzi dai quattordici ai diciassette anni. In questa categoria vi sono centoottanta iscritti in tutta Italia e ogni anno si svolgono tantissimi combattimenti ufficiali. Questo vuol dire che l’attività giovanile è in aumento.» Si ritorna a parlare, ancora oggi, sulla necessità di rendere, per i pugili, sempre più sicuri gli incontri. Dopo Angelo Jacopucci e Duk Koo Kim molte cose sono cambiate, lei cosa ne pensa? «Nel mondo dilettantistico è cambiato proprio totalmente il tipo di pugilato e il tipo di soluzione tecnica. Il CIO, il Comitato Olimpico Internazionale, ci obbliga dal 1984 a portare il caschetto e dal 1992 a portare guantoni studiati per attutire il colpo. Non basta. Oggi siamo addirittura “gestiti” dalle cosiddette “score machine”: macchinette segna punti del tipo di quelle usate per la scherma, tanto per intenderci. Oggi il pugilato è diventato molto tecnico o forse meglio tecnologico. Molto tecnico, ripeto, ma non irruente, cattivo o aggressivo. Oggi il dilettante è un esperto, uno specialista: può tirare tanti colpi che possono entrare in combinazione con cinque giudici intorno al ring e segnare i così chiamati angolo rosso o angolo blu. Nell’Olimpiade di Atene, in 350 combattimenti, vi è stato un solo KO al fegato e nient’altro, mentre, nel 1992, prima che uscissero questi guantoni e queste "score machine", sui 350 combattimenti effettuati, quasi la metà si concludevano con il KO al mento. Quindi, c’è stata una riduzione di KO soprattutto perché il CIO è stato sempre più attento affinché il pugilato non diventasse paradossalmente un tipo di “aggressione autorizzata”. Dopo tutto stiamo parlando di uno sport olimpico! Nel mondo del professionismo il pugile è sottoposto a visita medica due volte l’anno con una serie di accertamenti molto approfonditi. Solo se vengono superati è concessa l’idoneità a sostenere incontri. Parallelamente è stato diminuito il numero delle riprese nei combattimenti: il Campionato d’Italia è passato da 12 a 10 riprese, nei campionati del mondo sono dodici riprese invece di quindici e poi c’è il neo professionista che può fare quattro, otto e dieci riprese. In sostanza anche il professionismo è cambiato.» Ha pubblicato anche un libro dal titolo “Nato per combattere”. E’ più emozionante scrivere o stare sul ring? «Oserei dire che sono nato proprio per fare questa attività: il pugile. L’avevo proprio, paradossalmente, nel sangue, ed ho scoperto questa mia attitudine da solo. Il mio allenatore ha capito che tipo di ragazzo ero e quali qualità potessi avere. Le mie doti le ho espresse sul ring in modo naturale e spontaneo come se già avessi tutto nella mente, tecnica compresa… è stata una cosa molto bella! Il libro? …Ecco, sicuramente non scriverò più un’altro libro! Ma non perché mi è venuto male, anzi… in esso ho descritto tutta la mia vita e quello che è avvenuto. Oggi ho 42 due anni e lo ho scritto tre anni fa. In esso ho già raccontato anche quasi tutta la mia vecchiaia e più di questo, francamente, non posso scrivere, perché tutto quello che mi è successo mi è accaduto nell’età giovanile. Ricordo, tra l’altro, di non essere stato con gli amici per fare una vita di atleta. Di non essermi divertito, perché un ragazzino che aveva diciassette anni doveva andare a dormire la sera alle otto per stare in palestra il mattino o andare a correre. Ho evitato le discoteche, ho evitato il bere, il fumare e… tutto. Ho vissuto così, la mia vita da giovane ed oggi che ho 42 anni nel vedere i miei ragazzi che fanno la stessa cosa, io mi sento come “minato” dentro! Anche loro seguono un certo tipo di vita per amore di questo sport e per essere dei veri atleti. E’ uno sport molto serio, perché qui non è che si studia, ma si picchia ed allora, praticamente, si deve stare molto attenti. Così, ogni tanto, mi immedesimo in loro. Mi sento ancora giovane per lo stare insieme ai ragazzi. Non mi sento vecchio. Sono vecchio nel pugilato per stare sul ring, ma giovane di età e tutto quello che ho fatto lo ho fatto a partire dal 1978, quando ho iniziato con il pugilato, fino 32 anni nel momento in cui lo ho lasciato. Quando ho smesso, la sfortuna della mia vita è stata la malattia che mi ha… Come ho scritto anche nel libro, una malattia nel sangue che ho… che ho ancora, nonostante non sembri che io sia malato. Ma non mi interessa perché io voglio vivere lo stesso, voglio andare avanti lo stesso. Oggi devo combattere contro questa malattia ed è un combattimento molto lungo perché sono da otto, nove anni che me la porto dietro. Spero di arrivare ad un’età che, grazie anche ai progressi della medicina e della ricerca, mi possa permettere di scoprire se si può ancora guarire. Però, anche se, domani, non dovessi guarire, essenzialmente e concretamente, posso affermare di aver vissuto e di aver combattuto, anche senza guantoni, contro il più ostico degli avversari senza avergli concesso tregua alcuna. Oggi sono soddisfatto di quello che ho fatto e di quello che ho dato alla mia carriera . Correrò, perché devo dare ancora qualcosa ai giovani e spero di portare avanti i miei impegni dentro la Federazione pugilistica nell’attività giovanile che mi da ancora spinte per andare avanti.» Ad un ragazzo che volesse avvicinarsi alla boxe, che cosa direbbe? «Proprio oggi, qui al Centro Commerciale Top 16 di Tarquinia, hanno chiesto il mio parere spassionato. Più che al ragazzo, molte volte occorre parlare ai genitori. Era proprio una mamma con il figlio che voleva fare il pugilato. Le ho detto che nelle palestre si fa anche attività giovanile ed è bellissima perché si fanno delle figure istruttive con il maestro da cui sei guidato passo passo. Si impara a saltare la corda, si fa ginnastica coordinativa e tante altre cose. E la mamma, con apprensione per il suo ragazzo, mi ha domandato se si picchiano o no. Ho specificato che, in età molto giovani, non facciamo “picchiare” nessuno. Inizialmente tutto diventa pian piano una “scherma” e indosseranno il guanto solo nel momento in cui sarà possibile. Si inizia come un gioco. Se il bambino accetta il gioco ed il bambino si trasforma con la capacità e l’esperienza, inizierà a fare anche la gara. Sarà lui stesso a chiederlo. Si inizia a tredici anni, si chiamano “school boys” fino a diciannove e poi andando avanti vi sono le categorie.» Quale è il segreto di un buon preparatore? «Far capire ai suoi allievi che in qualsiasi situazione si sta vivendo, non si devono perdere la forza e la grinta.» Programmi per la Nazionale Dilettanti? «Prossimamente abbiamo una serie di appuntamenti importanti. La squadra senior andrà in Inghilterra, la squadra militare in America ed un’altra in Albania per una serie di accordi federali. Poi ci saranno i Campionati Italiani. Prima di questi la squadra Senior, dopo l’Inghilterra andrà in Cina per il Campionato del Mondo. Quest’anno, fino ad oggi, ci sono state, altre importanti occasioni per la squadra olimpica, all’interno della Comunità Europea, nel corso delle quali abbiamo vinto con sette uomini cinque medaglie. Nei Giochi del Mediterraneo, che è la mini olimpiade che organizza sempre il CIO ed il CONI, con sette uomini abbiamo avuto sei medaglie. Si tratta già di grandi risultati acquisiti. Speriamo, ora, che anche questi Campionati del Mondo siano ricchi di soddisfazioni per tutti.» Associazione ASEPAN (http://www.mauriziostecca.it/asepan.htm) |
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