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Qui i viandanti potevano mangiare, bere... e forse giocare d’azzardo
Le “trattorie” di
Ostia Antica di Cinzia Dal Maso
Thermopolium della via di
Diana
Famosa è quella che si
trova nella via di Diana, di fronte al caseggiato omonimo, in posizione
privilegiata, a pochi passi dal Foro. Gli archeologi l'hanno chiamata, con
parola greca, "thermopolium", ma i romani sicuramente la definivano
"popina", termine che indicava una sorta di trattoria. Realizzata al tempo
di Adriano (117-138), venne ristrutturata nel secolo seguente. Aveva due
ingressi, fiancheggiati da panche in muratura, dove i clienti potevano
bere e chiacchierare senza rinunciare al piacere di osservare i passanti o
salutare conoscenti e amici. Uno degli ambienti
aveva un banco di mescita e una serie di scaffali alle spalle, tutto
rivestito di marmo, per permettere una rapida e completa pulizia. Un altro
scaffale simile si trovava nello stesso ambiente, al di sotto di una
pittura che ci esemplifica gli alimenti che vi dovevano essere posti in
bella mostra: un piatto sulla sinistra conteneva forse piselli ed una
rapa, un bicchiere al centro sembrerebbe pieno di olive in acqua salata,
mentre sui due oggetti rotondi gli studiosi si sono sbizzarriti,
interpretandoli di volta in volta come formaggi, melagrane, meloni, o
addirittura cembali, ossia strumenti musicali. Su uno scaffale è
ancora un mortaio in marmo, utensile piuttosto comune nell'antichità,
usato per triturare le spezie ed il pepe che, mescolati al vino allungato
con acqua calda e addolcito con miele, servivano a preparare la bevanda
più diffusa nelle "popinae", il "conditum" o "piperatum", rinfrescante e
dissetante. In un terzo ambiente doveva essere la cucina, con un fornello in muratura e un dolio per conservare le provviste incassato nel pavimento, dietro alla quale si apriva un cortiletto interno. Qui gli avventori potevano sedersi sul bancone in muratura per bere e mangiare durante la bella stagione, avendo a disposizione una
graziosa fontana. In questo luogo appartato, lontani da occhi indiscreti, avrebbero anche potuto dedicarsi a un divertimento proibito dalla legge, il gioco d'azzardo. Sono stati rinvenuti a Ostia numerosi vasetti a forma di pera, con l'imboccatura larga ed il collo stretto, che si pensa potessero essere usati per agitare i dadi prima di lanciarli. Questi contenitori erano chiamati con vari nomi (pyrgus, turricula, fritillus, phimus), ma servivano tutti a garantire la correttezza del gioco, perché lanciare con la mano poteva permettere di barare. Evidentemente, i giocatori disonesti sono esistiti in tutte le epoche. Persino i personaggi più in vista furono fanatici del gioco. Svetonio ha riportato una lettera in cui Augusto narra di aver puntato e perso 20.000 sesterzi, una cifra da capogiro. L'Imperatore se lo poteva permettere, ma si sa di giovani che, giocando d'azzardo, persero il loro patrimonio, riducendosi sul lastrico. Un altro oste, un certo Fortunato, aveva posto il suo
esercizio commerciale proprio all'incrocio tra il decumano massimo e via
della Fontana, due strade di grande traffico, a un passo dalle terme di
Nettuno. Gli ingressi erano dislocati in posizioni strategiche, uno sul
portico di Nettuno e l'altro sul passaggio
coperto che univa le due strade. Le "popinae" erano controllate perché venivano
ritenute possibili luoghi di riunione per cospirazioni politiche. Per
diminuirne i clienti, Claudio, imitato poi da Nerone e Vespasiano, proibì
che vi si servisse carne, divieto che doveva essere osservato, visto che
nei contenitori delle osterie di Ercolano non si è trovato altro che
grano, piselli e fagioli.
Dipinto nella popina delle Terme dei Sette
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