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“Karol è il Testamento”
di Giulio Carra
«I testamenti cartacei, sotto certi aspetti, sono sempre un po’
deludenti. Non tanto per i contenuti, ma piuttosto per le attese che i
destinatari delle ultime volontà del “defunto” possono essersi creati nei
propri pensieri. E così, anche io, a torto e contro ogni ragionevolezza,
da un Papa poco protocollare come Karol, mi aspettavo che avesse dato in
maniera più netta indicazioni per il suo successore e che avesse scelto,
senza poi ripensarci, di farsi seppellire a Cracovia. Allo stesso tempo mi
sfugge il senso che un Papa debba porre l'accento sul fatto di non
lasciare dietro di se alcuna proprietà di cui sia necessario disporre e
che, per dopo la morte, chieda Sante Messe e preghiere. Ma io sono un
laico e certe “finezze papali” mi sfuggono! Ancor più inquietante il fatto che i suoi appunti Ma un Papa è un Papa e che Papa, questo Karol! Leggendo e
rileggendo quelle quindici pagine tradotte in italiano dal polacco e
diffuse nel mondo intero dalle agenzie di stampa, mi sono reso conto che
il vero testamento che Giovanni Paolo II ha lasciato a tutti noi è stata
la sua stessa vita terrena come Apostolo di Cristo. Aleggia in modo
incisivo sopra di noi il suo esempio, la sua tenacia, la sua voglia di
cambiare in meglio il mondo, di avvicinare le religioni ed i popoli tra
loro nel reciproco rispetto delle proprie tradizioni ed istituzioni. Tutte
“questioni” così grandi e smisurate delle quali siamo stati testimoni
oculari senza possibilità di smentite e che certamente stanno strette
nelle umane dimensioni di un semplice testamento cartaceo. Per queste
ragioni Karol è il Testamento: il suo farsi ascoltare da tutti, credenti e
non, raggiungendo un punto d'incontro. Ha saputo consegnare ai giovani la
voglia di un “credo” non relegato nei recinti di ortodossie non più
comprensibili. E’ stato un “credibile”, per questo non lo hanno
abbandonato e lo hanno seguito.
Voleva dimettersi (o volevano farlo dimettere!), ma non lo ha fatto
perché se la Provvidenza Divina aveva posato la Sua mano su di Lui,
interponendola a quella di Agca, significava che gli era stato “dato di
vivere nel difficile secolo che se ne stava andando nel passato” fin tanto
che fosse stato utile e necessario. La scelta di andarsene non spettava a
Lui, ma a Dio al di là delle malattie e della sua sofferenza fisica.
Quante volte nella
vita pensiamo di abbandonare ogni cosa lasciandoci magari andare. Il
nostro “tempo” non è giunto al termine. Anche questo ci ha insegnato, Tutti i potenti
della Terra al Su Non me ne voglia nessuno ma riterrei opportuno, per quello che la
mia idea possa valere, - anche in considerazione della rinuncia a
partecipare ai funerali da parte della Cina, delle tensioni
medio-orientali e di quello che ci viene da una vita sottaciuto di ciò che
avviene nei paesi del cosiddetto “Terzo Mondo” in genere - che il Suo
successore non sia né un Europeo né tanto meno un Americano, almeno di
quelli del nord. Meglio forse un Africano od un Asiatico.
Chissà se il fatto di aver citato, nel proprio testamento cartaceo,
il Rabbino Toaff e che in coincidenza sarà proprio il cardinale Thomas
Spidlik (non eleggibile) a parlare ai cardinali nella Cappella Sistina, ad
inizio conclave il 18 aprile, non sia proprio un “segno”. Proprio lui,
gesuita, nominato cardinale nel 2003 da Giovanni Paolo II e che è
considerato uno tra i massimi conoscitori della spiritualità cristiana
orientale.
E mentre passa il tempo nella mia vita,
più che “credere” (sarà pure una bestemmia di cui dovrò rendere conto),
penso sia necessario “volere” al di là di ogni edonismo.
Grazie Karol, per averci indicato la “via del non ritorno”: la comprensione !»
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