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Alice nel Paese delle
Meraviglie. Un libro per bambini
di tutte le età di
Federica Cerasa
Solo con questa chiave
in mano si può accedere alla gioia che la lettura di Alice può dare. Se
non lo hai mai letto esci a cercarlo, se lo hai già letto torna a
prenderlo e lo troverai cambiato: è un libro magico. La lettura a momenti
può sembrare ostica. In questi casi è doveroso lasciare spazio al solo
emisfero destro, quello della creatività, della capacità di pensare a
soluzioni inedite e quello che ci fa liberare dagli schemi tradizionali.
Come fanno i bambini, (anagraficamente parlando) e come dovremmo fare noi
per coglierne tutta l'essenza. Occorre metterci a
testa in giù, come gli "antipati" dell'altro emisfero di Alice. E' il
mondo degli specchi e del sottosopra. Le regole non sono quelle del nostro
mondo, il tempo: una dimensione superata; il grande e il piccolo: concetti
relativi; la festa è quella del non-compleanno. L'austero professore
di matematica, prete, bibliotecario, Charles L. Dogson, non potè fare a
meno di trovarsi un'altra identità e inventare lo pseudonimo di Lewis
Carrol per poter creare questo mondo speciale. In pratica si mise a testa
in giù. E' il 1865 e in
Inghilterra regna la regina Vittoria (non la regina di cuori). E' l'era
del positivismo, della scienza e della tecnica. Un mondo come un
meccanismo perfetto. Troppo perfetto. Poco dopo, con Freud,
il ridimensionamento. Non tutto è riconducibile ad un meccanismo fatto di
ingranaggi ben oleati. I sogni sono l'espressione dell'inconscio e nella
loro interpretazione la chiave d'accesso alla nostra parte profonda e
nascosta. E allora niente di
male se la bambina piena di buon senso, educata e di buone maniere segue
un coniglio bianco con il panciotto che la conduce al pozzo, strana porta
di entrata del Paese delle Meraviglie (Stargate di metà ottocento). Niente
di strano ad incontrare Lepri Marzoline, Brucaliffi, Stregatti, Cappellai
Magici e così via. E' lo sguardo naif con cui Alice guarda il mondo, la
spinta a mettersi in gioco, la voglia di lasciarsi scivolare
nell'avventura e nell'imprevisto, usuale nei bambini e rintracciabile
anche in quegli adulti che non hanno del tutto dimenticato il volo con
Peter Pan e che, mentre ne ammettono l'inesistenza strizzano l'occhio allo
specchio. Carroll ci invita a riflettere con sottile ironia sui pregiudizi e sulla schematicità con cui guardiamo solitamente le cose e nel contempo ci conduce in un tripudio di invenzioni sempre imperniate sull'umorismo. Giochi di parole, nonsense: crea frasi perfettamente logiche e coerenti con un finale che spiazza per l'assurdità della conclusione evocata. Ci invita a giocare, a prenderci meno sul serio e a sorridere più spesso. Non si deve cercare il perché ciò avvenga, cercare di incasellare il tutto in una ferrea logica razionale. Occorre lasciarsi andare e liberare la creatività solitamente repressa nella società degli adulti per cercare di vivere con più ottimismo e leggerezza.
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